Klape a Portić: il concerto sul mare che ogni amante della Croazia dovrebbe vivere almeno una volta
Una notte tra le barche nella baia di Kamenjak, dove la musica, le tradizioni s’incontrano
L’anno scorso avevo segnato questa data sul calendario. Tutti mi dicevano che, se ami davvero Pola, almeno una volta nella vita devi assistere al concerto delle Klape nella baia di Portić, nel cuore di Kamenjak. Poi è arrivato il maltempo e, come spesso succede con il mare, è stato lui a decidere per tutti. Il concerto annullato e io con quella sensazione di essermi persa qualcosa di speciale.
Non avrei mai immaginato che un anno dopo la vita mi avrebbe riportata esattamente nello stesso posto, ma in un modo completamente diverso. Grazie alla collaborazione nata con l’Ente del Turismo di Medulin ho avuto il privilegio di raccontare questo evento e, ancora una volta, ho pensato che forse alcune esperienze arrivano proprio quando è il momento giusto per viverle.
Quello di Portić non è un semplice concerto. È una tradizione relativamente giovane, nata nel 2021, durante il periodo del Covid, quando ritrovarsi sembrava impossibile e il distanziamento era diventato la normalità. Da un’idea semplice è nato qualcosa di bellissimo: portare la musica in mare e lasciare che fosse il mare stesso a diventare il teatro naturale di una serata che oggi è una delle più amate della Riviera di Medulin.
I protagonisti sono le Klape, gruppi vocali tradizionali della Dalmazia che cantano prevalentemente a cappella, intrecciando le voci fino a farle diventare una sola. Una tradizione così importante da essere riconosciuta dall’UNESCO come Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità. Ogni estate la Klapa Škerac, il gruppo locale di Medulin, invita un ospite speciale e quest’anno ho avuto il piacere di ascoltare dal vivo il tenore croato Đani Stipaničev, una delle voci più apprezzate della musica dalmata contemporanea.
Alle cinque del pomeriggio ci ritroviamo nel porticciolo di Medulin. Davanti a noi ci aspetta una splendida barca di legno costruita oltre centotrent’anni fa, quella che per una sera diventerà il palco galleggiante del concerto. Salpiamo insieme alle Klape, ai musicisti e all’ospite della serata, mentre il mare è così calmo da sembrare vetro.
Durante la navigazione penso solo a una cosa: finalmente ci sono.
Quando arriviamo nella piccola baia di Portić assisto a una manovra che mi lascia davvero a bocca aperta. Lo ammetto, per qualche istante ho pensato che ci saremmo incastrati negli scogli. Invece il comandante, con una calma disarmante, fissa una cima a prua e una a poppa direttamente sulle rocce della baia e quella splendida barca trova il suo posto come se fosse sempre appartenuta lì.
Nel frattempo intorno a noi iniziano ad arrivare le prime barche.
Poi altre.
Poi ancora altre.
L’atmosfera di festa è già iniziata prima ancora che venga cantata la prima canzone. Dalle imbarcazioni si sente il profumo della carne alla griglia, gli amici si affiancano uno accanto all’altro, qualcuno brinda, qualcuno ride, qualcuno inizia già a cantare.
Pensavo sinceramente che il privilegio più grande sarebbe stato vivere il concerto dalla barca principale.
Mi sbagliavo.
Perché proprio quando credevo di stare già vivendo qualcosa di irripetibile, ecco arrivare il mio taxi personale. Un SUP guidato da un marinaio che si muoveva tra le barche con la stessa precisione di un campione di slalom gigante, infilando passaggi che io probabilmente non avrei avuto il coraggio nemmeno di tentare.
Mi viene a prendere.
Mi porta su una piccola barca dove mi aspettano alcuni amici di Pola.
Ed è lì che cambia completamente la mia serata.
Sapete, credo che ci siano esperienze che puoi vedere e altre che qualcuno ti fa vivere.
Ancora prima che riuscissi ad appoggiare bene i piedi sulla loro barca volevano sapere se avevo mangiato, se avevo sete, se avevo bisogno di qualcosa. Hanno iniziato ad aprire contenitori pieni di cibo, bottiglie, dolci, frutta… credo avessero scorte sufficienti per affrontare mesi in mare.
Ma non era quello a farmi sentire accolta.
Era il loro modo.
Mi raccontavano le storie di questo mare e i suoi approdi, mi spiegavano le canzoni, ridevano, cantavano e, senza nemmeno rendersene conto, mi stavano facendo entrare nel loro mondo.
Ed è stato proprio lì che ho capito una cosa.
Il vero viaggio inizia quando smetti di guardare un luogo con gli occhi del turista e inizi a viverlo attraverso quelli di chi quel luogo lo chiama casa.
Per qualche ora mi è sembrato di appartenere anch’io a quel pezzo di mare.
Sotto un cielo pieno di stelle.
Con il mare immobile.
Le luci delle barche riflesse sull’acqua.
E alle mie spalle una luna enorme, rossa, che saliva lentamente dietro Kamenjak. Ho provato a fotografarla con il telefono, ma il risultato non rendeva minimamente giustizia a quello che avevo davanti agli occhi. Per quella luna ci sarebbe voluto un teleobiettivo. O forse, semplicemente, doveva rimanere un ricordo solo mio.
Ogni tanto, quando pubblico una storia sulla Croazia, scelgo come sottofondo una canzone di Oliver Dragojević oppure di qualche cantante croato. E puntualmente qualcuno mi scrive: “Ma cosa dicono?” oppure “Non capisco niente.”
La verità è che nemmeno io comprendo ogni parola.
Ma ho imparato che certe musiche arrivano prima al cuore che alla testa.
Raccontano il mare, il vento, la nostalgia, l’amicizia e l’amore per la propria terra anche se non conosci la lingua.
E poi succede una cosa bellissima.
Ti viene voglia di cercare il testo.
Di tradurre una frase.
Di imparare una parola nuova.
Perché la musica serve anche a questo: non soltanto a regalarci emozioni, ma ad aprire una porta verso una cultura diversa dalla nostra. E imparare qualche parola di croato ascoltando una canzone è decisamente più piacevole di qualsiasi libro di grammatica.
Quando è arrivato il momento dedicato a Oliver Dragojević è successo qualcosa che difficilmente riuscirò a dimenticare.
La baia si è letteralmente incendiata.
I clacson hanno iniziato a suonare tutti insieme e ogni persona presente, senza eccezione, stava cantando.
Quando vi dico tutti, credetemi.
Proprio tutti.
Chi dalla riva.
Chi dalla barca.
Chi dal SUP.
Chi seduto su un fenicottero gonfiabile.
Per qualche minuto non esistevano più decine di imbarcazioni.
Esisteva una sola voce.
Ed era la voce della Dalmazia.
Verso mezzanotte è arrivato il momento di tornare sulla barca principale. Il mio taxi SUP è venuto a riprendermi, ma gli ho chiesto un favore: fare il giro più lungo possibile. Volevo attraversare lentamente tutta la baia e guardare quelle persone che continuavano a cantare come se il tempo si fosse fermato.
Qualcuno era ancora in acqua dopo ore.
Qualcuno ascoltava sdraiato sul SUP.
Qualcuno passava da una barca all’altra.
Nessuno aveva voglia che quella notte finisse.
Anche il rientro verso Medulin è stato un concerto. Le Klape continuavano a cantare a cappella mentre altre imbarcazioni ci accompagnavano verso il porto tra saluti, clacson e cori.
Quando siamo arrivati era ormai l’una e mezza di notte.
Ripensandoci oggi, mi rendo conto che ero partita convinta che il privilegio più grande sarebbe stato assistere al concerto dalla barca degli artisti.
Invece il regalo più bello è stato un altro.
È stato incontrare persone che mi hanno aperto la loro barca, il loro tempo, la loro tavola e il loro cuore.
Perché le tradizioni non si imparano leggendo una guida turistica.
Le tradizioni si vivono accanto a chi le ama.
E forse è proprio questo che porterò con me più di ogni altra cosa.
Se amate la Croazia, il suo mare e la sua anima più autentica, segnatevi questa data per il prossimo anno.
Venite.
Ma non limitatevi ad assistere al concerto.
Lasciatevi coinvolgere.
Parlate con le persone.
Ascoltate le loro storie.
Cantate anche se non conoscete le parole.
Perché sono convinta che sia questo il modo più bello per scoprire un luogo: sentirsi, anche solo per una sera, parte della sua grande famiglia.
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