9 Febbraio 2026

Carnevale Mitteleuropeo: tra maschere, campanacci e rituali

Viaggio tra Zvončari, Kurenti e Rollate, il fascino delle tradizioni antiche

Ogni tanto mi capita di imbattermi in figure che mi restano addosso.

Non perché siano “belle” nel senso classico del termine, ma perché hanno qualcosa di ancestrale, quasi magnetico. Uomini enormi vestiti di pellicce, maschere che cancellano il volto, campanacci che fanno un rumore impossibile da ignorare. La prima volta che li vedi non capisci se devi sorridere, scappare o restare fermo a guardarli.

E questo mi porta a una confessione: il Carnevale moderno, purtroppo, non mi entusiasma.

Spesso lo vedo ridotto a un’occasione per esagerare, un insieme di costumi low cost, assemblaggi di cose sintetiche comprate online, dove tutto sembra urlare “cheap” piuttosto che attenzione al dettaglio. Trovo che molte volte si perda il senso di cura: cucito, stoffe, storie dietro agli abiti, la bellezza della tradizione che dovrebbe emergere da ogni maschera o costume.

Per questo, per me, il Carnevale più bello è quello delle tradizioni, dei racconti, dei fili rossi che legano una generazione all’altra. Quello in cui ogni costume ha una storia, ogni abito è tramandato, ogni maschera racconta il territorio e le persone che la creano.

E qui entra in scena il filo conduttore che mi ha affascinato: quelle figure che attraversano la Mitteleuropa, dall’Italia alla Slovenia, dalla Croazia all’Austria, che hanno origini antichissime e non cercano la spettacolarità fine a sé stessa, ma svolgono un rito: rompere l’inverno, scacciare gli spiriti, riportare fertilità e vita.

Un incontro che non si dimentica

Che siano gli Zvončari sopra Fiume, i Kurenti di Ptuj, le Rollate di Sappada, i Perchten austriaci o i Krampus alpini, l’effetto è identico: arrivano facendo rumore, occupano lo spazio, scompaginano l’ordine. E per qualche ora il mondo sembra girare secondo regole diverse.

Da bambina (e anche da adulta, lo ammetto) queste figure mi facevano una paura tremenda. Non la paura “da film horror”, ma quella più sottile: quella di non capire cosa stai guardando. Uomo? Animale? Spirito? Tradizione? Tutto insieme?

Il filo rosso (o meglio: il campanaccio)

Il filo che lega tutte queste maschere è sorprendentemente semplice: fare rumore per far finire l’inverno.

Campanacci, urla, salti, movimenti scomposti. In epoche in cui il ritmo della vita era scandito dalla natura, l’inverno non era una stagione poetica: era freddo, immobilità, fatica. Fare rumore significava “svegliare” la terra, cacciare ciò che ristagna, rimettere in moto il ciclo.

Non è un caso che queste maschere compaiano tra l’Epifania e il Carnevale, mai a Natale. Natale è casa, silenzio, luce. Queste figure sono l’opposto: caos, eccesso, ombra.

Maschere diverse, stessa anima

Ogni territorio ha dato una forma diversa allo stesso archetipo.

  • Gli Zvončari del Quarnero indossano pellicce e campanacci: sembrano camminare a colpi di tuono.
  • I Kurenti sloveni sono più colorati e teatrali.
  • Le Rollate di Sappada sono grottesche, narrative, con maschere lignee che sembrano uscite da un racconto popolare.
  • I Krampus sono forse i più “addomesticati” dal cristianesimo, ma sotto le corna e le catene si intravede lo stesso spirito antico.

Cambiano i materiali, cambiano i nomi, ma la funzione resta identica: rompere l’ordine per poterlo ricostruire.

Perché fanno paura (anche se non dovrebbero)

C’è una cosa che accomuna tutti i racconti: i bambini avevano paura.

E spesso anche gli adulti.

Non perché qualcuno volesse educare attraverso il terrore, ma perché queste figure rappresentano qualcosa che oggi abbiamo quasi dimenticato: il selvatico. L’idea che esistano forze che non controlliamo, che non sono né buone né cattive, ma necessarie.

In molte culture si pensava che incontrare queste maschere fosse una sorta di passaggio: guardare in faccia il caos per poter tornare alla normalità.

Un aneddoto che mi fa sempre sorridere

Alla fine della sfilata, succede una cosa curiosa: le maschere si tolgono.

E sotto c’è il vicino di casa, il barista, l’amico di famiglia. Ed è lì che tutto si scioglie.

Quella figura gigantesca e rumorosa torna improvvisamente umana. E fa quasi ridere averne avuto paura.

Perché parlarne oggi

Viviamo in un tempo che ama l’ordine, il controllo, l’estetica perfetta.

Queste maschere sono l’esatto contrario: scomode, rumorose, imperfette.

Eppure continuano a tornare, ogni anno, negli stessi luoghi. Come a ricordarci che c’è bisogno anche di questo: di un momento in cui tutto fa troppo rumore, per poter poi ricominciare.

E sotto sotto, in questo Carnevale, un po’ di storia, tradizione e autenticità è molto più affascinante di qualsiasi costume comprato online.

Per me, è questo il Carnevale vero: quello delle maschere tramandate di generazione in generazione, dei racconti che attraversano i secoli e dei fili rossi che collegano il passato al presente.

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